FORFILMFEST 2012: Coraggio & Resilienza
di Giuseppe Varchetta,
Viviamo un tempo che sentiamo e ci appare come terminale. Segni diversi, tracce pur dissonanti, concordano nell’indicarci come prossimo un “transito”.
La mente individuale e quella organizzativa sono esposte a esperienze che sentono soverchiare le loro capacità di contenere quello che incontrano: nella realtà quotidiana si incontrano infatti oggi esperienze dolorose nella loro inesplicabilità.
La globalizzazione – con le sue note di imprevedibilità, accelerazione, intrerrelazione – concretizza una rottura ma non una direzione, la cui certezza aveva caratterizzato le esperienze della modernità, del taylorismo e del neotaylorismo.
La tecnologia contemporanea non è più solo la protesi del corpo umano come lo è stata nella modernità, ma è diventata un ambiente, accanto a quello della natura. La tecnologia sta infatti mutando la nostra esperienza antropologica di esseri umani, alterando i rapporti col tempo e con lo spazio, che abbiamo ereditato dai nostri padri. Alterare i rapporti delle donne e degli uomini col tempo e con lo spazio ha la conseguenza di mutare profondamente il senso e il significato dell’esistenza umana.
L’unica scelta che come donne e uomini abbiamo è quella di trovare in noi stessi delle competenze capaci di assisterci nel fronteggiare una situazione sfidante del tutto nuova. In altre parole dobbiamo trovare all’interno di noi, esseri umani del nostro tempo, delle capacità di adattarsi e riadattarsi alle dinamiche evolutive dei nostri sistemi ambientali e relazionali di riferimento, costruendo e trasformando continuamente i nostri modelli di conoscenza e azione.
Coraggio e resilienza sono in tale direzione due competenze fondamentali.
La parola coraggio deriva dall’aggettivo latino coraticum (derivante da cor, cordis, cuore) e indica la virtù umana che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici e morali e più in generale affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo. Il coraggio in altre parole può essere definito come l’atteggiamento positivo con cui si affronta una situazione di pericolo o con cui si tende a uno scopo dal raggiungimento difficile e incerto.
Come tale il coraggio si colloca in una terra di mezzo tra la temerarietà e la paura. La temerarietà è una posizione emotiva e cognitiva che non tiene conto – incapace di un esame di realtà – delle condizioni di realizzabilità dello scopo o di superamento del pericolo. La paura è un’emozione di difesa, provocata da una situazione di pericolo, che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia.
Il coraggio è oggi una competenza assolutamente necessaria, considerate le circostanze difficili e complesse nelle quali viviamo ogni giorno, per fare delle cose importanti; è in altre parole un pre-requisito per fare delle cose e affrontare il cambiamento implicito rispetto alla sfida che “fare delle cose” oggi comporta.
Resilienza si pone come competenza sodale a quella del coraggio. Definisce la capacità reattiva di ogni operatore organizzativo, la sua attitudine ad adattarsi a situazioni di profondo disagio, caratterizzate da cambiamenti imprevisti quanto improvvisi. Indica, la resilienza, in generale la capacità dei gruppi umani di resistere a cambiamenti di contesto, a profondi sconvolgimenti con un ritorno positivo allo stato precedente. La prospettiva insieme cognitiva ed emotiva della resilienza è garantita da un orientamento all’equilibrio e alla moderazione, nella misura in cui solo un giusto mix di “caldo e freddo” consente di temprare bene i metalli e garantire loro, per l’appunto, resilienza. Lungo questa traccia resilienza e temperanza si accostano e si ibridano a vicenda[1].
La formazione – supportata e indirizzata dai supporti tecnologici della contemporaneità e dal “ritorno alle immagini” attraverso un utilizzo sapiente del cinema – può sviluppare negli operatori organizzativi la capacità di imparare dalla vita quotidiana in modo diretto e profondo, circuitando dal sapere al saper essere attraverso una nuova consapevolezza del saper fare.
La formazione attraverso la consapevolezza nuova che gli può venire anche dal confronto con il cinema comprende oggi che una logica educativa “depositaria” (chi sa cerca di trasferire a chi non sa secondo modalità predefinite) è da evitare per privilegiare l’assistere gli utenti della formazione a trovare la soddisfazione dell’irrinunciabile bisogno di ogni soggetto umano di dare un senso alla propria esistenza, perché non c’è conforto dove non c’è esperienza.
La formazione assiste chi opera nelle organizzazioni oggi a interrogarsi, a problematizzare il proprio mondo evitando la deprivazione dell’esperienza che è consolidata dall’ossequio alle routines e a un rendersi conto come coraggio e resilienza non siano competenze rare e privilegio di pochi, quanto patrimonio comune, seppur talvolta dormiente e bisognoso di essere risvegliato.
G. Varchetta
Milano, 26 marzo 2012
[1] Alcune riflessioni relative alla tematica della resilienza presenti in questa nota mi sono state fornite dalla lettura della voce resilienza, temperanza in F. Varanini, Nuove parole del manager, Guerrini e Associati, Milano, 2011
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